Dov’è la mia Euridice? Esercizi per attraversare angoscia, depressione e ansia e ritrovare il potere di essere se stessi!

Dov’è la mia Euridice?

Il mito ci racconta che Euridice, moglie amatissima di Orfeo, morì per il morso di un serpente in un prato mentre camminava o, secondo Virgilio e Ovidio, mentre correva tentando di sottrarsi alle attenzioni del pastore Aristeo. Orfeo, disperato, intonò canzoni così belle, cariche di disperazione che tutte le ninfe e gli dei ne furono commossi. Orfeo scese nel regno dei morti e convinse con le sue musiche Ade e Persefone a far ritornare sulla terra la sua amata. Aveva solo un vincolo quello di non guardare mai la sua amata fino a quando non fossero stati fuori dall’inferno. Ma sappiamo che Orfeo guardò Euridice troppo presto e così la perse per sempre.

Euridice come la nostra anima morsa dal veleno del tradimento, della derisione, della colpa, fatta preda delle attenzione di chi, come Aristeo, confonde l’amore con il dominio, o con la regola o trascura di coltivare l’amore per il quieto vivere.

Euridice è la nostra anima ferita a morte perchè comprata con un sacco di denari, rinchiusa nelle segrete della relazione  perchè si ha paura di dialogare i propri sentimenti, abbandonata a se stessa per inseguire il falso mito della propria libertà meglio chiamata superficialità!

Euridice è la nostra anima che scompare per sempre quando, ossessionati dai noi stessi e dal bisogno di essere amati, si confonde l’amore con l’amato, si cerca nell’altro l’essenza dimenticando che l’essenza è Lei.

Ecco che quando perdiamo Euridice emergono i sintomi: depressioni reattive e forme di ansia, angoscia forte mista a paura.
Quando viene meno ciò a cui siamo stati “attaccati”, cioè dipendenti per stare bene, senza il contatto profondo con la nostra anima è difficile superare le difficoltà.

Entriamo in uno stato di depressione reattiva quando si chiude una relazione importante, quando perdiamo una condizione di salute fisica ottimale,  quando perdiamo il lavoro, se la morte ci porta via una persona cara. Le occasioni per fare i conti con la depressione e l’ansia sono tante. Angoscia, depressione e ansia sono il segno che la nostra anima è bloccata negli inferi.

Inferi, da “inferior”, ciò che è giù, dove manca la luce. In ogni tempo e luogo
e qualunque sia il nome, Ade, inferno, inferi, si tratta di un luogo buio,ade plutone regno dell'ade ades
tenebroso, dove abitano forze ed energie “distruttive”, forze che rompono ciò che incontrano, forze orientate alla guerra, unico scopo quello di annientare l’esercizio della volontà umana e lasciare spazio solo a tutto ciò che è maleficio, odio, vendetta, predazione.

Se vogliamo ri-trovare la nostra Euridice, anima amata, possiamo scegliere di scendere negli inferi del nostro psichismo dove si trova rinchiusa, e come Orfeo, senza perdere la nostra consapevolezza, cioè evitando di identificarci completamente con le emozioni  distruttive. La consapevolezza
di ciò che sta accadendo ci rende partecipi e allo stesso tempo osservatori di noi stessi,  capaci di sentire dentro di noi queste forze, ma con “distacco” cioè restando consapevoli che noi non siamo solo Inferior, ma siamo anche Superior, cioè luce, costruzione, speranza, rinascita, talento, amore, libero arbitrio.

Per scendere negli inferi possiamo usare il mito che ispira nell’entrare in contatto a livello emotivo e viscerale con il nostro mondo “inferiore”. Sentire emozioni dure come l’odio, la rabbia, il rancore e la vendetta, la disperazione più cupa.
Ecco che i racconti mitologici, l’arte, le fiabe classiche, la filmografia quella
per bambini e quella epica ancora conservano la capacità di raccontare la
lotta tra il bene e il male ci fanno vedere come è fatto il mondo degli inferi
e i suoi abitanti. Streghe cattive, signori del male, poteri malvagi capaci di
evocare malefici, rapimenti di fanciulle innocenti da parte di dei o semi dei
spavaldi e boriosi.

Immagini di noi che invochiamo il potere delle tenebre per danneggiare chi ci ha ferito, recitiamo malefici, incarichiamo cacciatori per distruggere chi più bello e giovane può rubarci la scena primaria nel mondo. Il mito ci insegna come pregustare e godere del dolore che sentirà chi ci ha ferito.

Se scegliamo di scendere negli inferi lo facciamo perché riprendendo la nostra Euridice ritroviamo la nostra forza, la nostra luce, possiamo davvero riprendere in mano il destino della nostra vita, possiamo sentire non solo benessere psicofisico, ma cogliere emozioni, energie buone che ci permettono di andare oltre ciò che si vede nella quotidianità,
di cogliere nella realtà che ci circonda una forza a cui attingere nei momenti difficili per ritrovare pace e tranquillità.

Ecco una pratica che durante il percorso di psicoterapia del benessere un uomo ferito a morte dalla persona di cui è profondamente innamorato, intrappolato da un comportamento di quest’ultima fatto di presenza e assenza e poi di abbandono, ad un certo punto entra negli
inferi del suo psichismo con questa poesia da lui composta in cui attraversa le sue emozioni dure:

“Cuore oscuro,

maledetto da Dio e dagli Uomini.

Tenebre si addensano sul tuo capo

Ferite antiche riaprono il sangue

Amarezza come filo spinato

graffia e lacera il corpo anziché proteggere.

Distruzione, morte e vendetta alimentano il mio unico spiraglio di vita”.

Duro (soprattutto moralmente criticabile) questo passaggio.

Quest’uomo si è dato il tempo di stare in contatto con queste emozioni tribali, antropologicamente ereditate che abitano il nostro psichismo, fanno parte di noi. Sono il nostro inferno. Fanno parte del nostro inconscio collettivo per questo sono presenti in tutte le mitologie del mondo. Noi siamo Ade, il Signore del nostro inferno.

 

E’ così che ha guardato negli occhi la sua Euridice, la sua anima indurita dall’odio, da tempo rinchiusa negli inferi della vendetta e del maleficio. La sua anima senza speranza, persa nel labirinto della paura. Prima di questo contatto dalla sua anima arrivavano  solo stati d’animo di impotenza, frustrazione, angoscia, paura quando la vita gli proponeva una situazione di abbandono. Nulla altro. Niente contatto con l’odio gratuito, rancore generalizzato, sete di vendetta a prescindere da chi e cosa, niente contatto con la disillusione che deriva dal cuore indurito, niente smania di incantesimi per esercitare il potere in un mondo che delle sue esigenze poco se n’è importato.

E poi?

Poi, come Orfeo, quest’uomo ha cominciato a suonare la sua Lira, a comporre musiche dolcissime per la sua Euridice, a cominciato a sentire la bellezza della sua anima tra le rughe del viso reso arcigno dalla rabbia e l’ha accolta lo stesso. Ha amato la sua anima così come è forse ancora un po’ reietta, ha cominciato a farsi strada dentro di lui il desiderio di sentirsi degno e amabile senza necessariamente dover dare in cambio qualcosa per ricevere le briciole di riconoscimento. Ha trovato il coraggio di dire di no a ciò che gli fa male nonostante la paura di perdere il posto nel cuore dell’amata, il posto di lavoro nel caso del no detto al suo
capo. Nell’esercizio del proprio talento, nel credere nella sua capacità di
essere un uomo di sentimento, capace di amare la vita, di donare senza riserve, ha sentito nascere, timida come una sorgente, la fiducia che l’essere
disconfermati, abbandonati, rifiutati può far soffrire ma non si muore! Nel pensiero catastrofico l’immagine inconsapevole della possibile morte a causa di abbandono o cacciata dal clan-famiglia o del rifiuto per non essere belli e bravi (che ci portiamo dentro si da bambini) significa assenza di speranza nella rinascita, assenza di fiducia nel cambiamento, assenza di possibilità di agire modi diversi di essere al mondo.

Viaggio duro certamente quello della discesa nel nostro inferno, ma se non entriamo negli inferi con consapevolezza e distacco abbiamo poche strade da percorrere.

Una strada, quella più economica è praticare lo psicofarmaco che annienta la voce della nostra Euridice e blocca la discesa negli inferi perché annienta la forza necessaria per entrare in contatto con emozioni dure. Altra strada, economicamente e psicologicamente devastante è quella di rivolgersi a maghi e cartomanti con cui praticare l’esercizio del maleficio (alta percentuale di persone che si rivolgono a loro), oppure lasciarsi morire dentro perdendosi in altre forme di dipendenza (depressione, ansia, alcol, droga, fumo, cibo, shopping compulsivo, dipendenza affettiva). Molti praticano l’antica strada dell’ anestetizzarsi con la forza della mente continuando a raccontarsi che in fondo della nostra parte emotiva ed affettiva non abbiamo bisogno.

Continua il mito: Orfeo guardò la sua Euridice troppo presto, ancora preda del bisogno di controllare se lei lo stesse seguendo. Bene se non vogliamo perdere per sempre la nostra Euridice allora dobbiamo affrontare l’ultima sfida: quella dell’esercizio della nostra volontà, esercizio consapevole di orientare la nostre scelte.

Se la discesa agli inferi è stata scatenata dal rifiuto della persona amata, dalle sue critiche, dai suoi alti e bassi in amore allora possiamo scegliere, dopo aver attraversato le emozioni distruttive, di coltivare il nostro amore verso chi ancora abita il nostro cuore (perché se è così è inutile negarlo), restare in contatto con la profondità del calore dell’amore come espressione dell’ energia sottile che colora la vita nel mondo e che anche se non è ricambiata può trovare mille espressioni.
Se la nostra discesa negli inferi è stata causa dalla cacciata dal clan perché non ci sono state riconosciute delle competenze, è stato oltraggiato il nostro
ruolo lavorativo, familiare, sociale, è stato deriso il nostro agire allora è
importante scegliere con consapevolezza di coltivare la nostra dignità di
esseri esistenti attraverso la pratica del perdono verso noi stessi per aver o non aver detto o fatto quel qualcosa che, con il senno di poi, ci avrebbe consentito il riconoscimento da parte degli altri per scoprire che poi non sempre si perde il nostro posto.

Se la nostra discesa agli inferi è stata causata dal senso di abbandono, dall’ansia che si scatena quando perdiamo il controllo circa gli eventi della vita, la paura del futuro, paura di come risolvere un periodo difficile, paura di essere preda dei venti, allora possiamo scegliere, per non perdere la nostra Euridice, di esercitare il coraggio. Inostri talenti, le nostre risorse, noi stessi siamo faro nella tempesta.

E ritornammo a veder le stelle!

 

 

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