L’ “emergenza” Coronavirus ha il sapore del “trauma”: come affrontarlo

Tutto quello che stiamo vivendo per via del contagio del Coronavirus ha il sapore del trauma. “Emergenza” e “trauma” sono due parole che si intrecciano e si rincorrono e riguardano tutti. Chi si ammazza di lavoro per garantire salute, sicurezza pubblica, cibo e per mandare avanti l’economia e per chi sta a casa, ma la sua attività lavorativa è ferma, senza tutela.

In questo  video vi propongo una tecnica di immaginazione, una fantasia guidata che ci permette di contattare il nostro Rifugio Sicuro.

Entriamo nel nostro “Rifugio Sicuro” e fronteggiamo la realtà con più forza

E’ importante rendersi conto del trauma sin dall’inizio: il trauma è un’esperienza non chiusa. Si ha difficoltà di assorbire una esperienza in modo da raggiungere il disimpegno dalla stessa, lasciare andare ciò che è accaduto. Tutto questo è fondamentale per riuscire a vivere il trauma con maggiore energie e aprirsi a nuove occasioni di vita senza esserne più condizionati. Cresciuti si, ma condizionati no!

La prima cosa da fare è capire se in questa emergenza stiamo vivendo un trauma e la seconda cosa prepararsi per cominciare, ognuno con i suoi tempi, la successiva elaborazione, perché quando tutto sarà finito, niente sarà più come prima nel nostro psichismo.

Il rifugio sicuro è una risorsa emotiva molto intensa e funzionale che permette di percepire un senso di coesione e di sicurezza, protetti  dal disagio a causa del trauma. Scoprire tale spazio interiore, le sue caratteristiche, consente di ripercorrere il passato con un migliore coinvolgimento affettivo per poterlo connettere al presente, e quindi al futuro. E’ importantissimo ancorarci alle nostre risorse positive, prima di riaprire la ferita del trauma.

Nell’essere umano, però, sono presenti tutte le risorse necessarie all’evoluzione e all’adattamento creativo del sé… c’è il nostro daimon, la nostra voce interiore, in altre parole il nostro vero sé.

Possiamo attingere alle nostre risorse interiori se rinforziamo con noi stessi una forma di “Attaccamento Sicuro”, cioè di sapere che c’è dentro di noi un “rifugio sicuro” dalle tempeste, dalle ingiustizie, dai pericoli in cui sentirsi protetti. Il rifugio interiore è una dimensione che ci permette di ritrovare una piccola parte libera da conflitti, ristoratrice ed auto-curativa. Lì nel profondo del nostro psichismo abita il saggio che è in noi, il nostro Daimon, la voce della nostra identità, quella che spesso offuschiamo per tanti motivi

“Il rifugio sicuro” può essere una rappresentazione mentale rassicurante, uno spazio costruito con la immaginazione, attraverso una creazione artistica vera e propria che ogni gruppo, dopo avere contattato i propri bisogni, può costruire con i materiali più disparati: carta, cartone, colla, colori, creta etc… . La base sicura, intrapsichica è vissuta come accudente, riparatoria e stimolante.

Contattato consapevolmente il rifugio sicuro possiamo ritornare nuovamente all’evento e provare a viverlo con un maggiore senso di protezione a cui abbiamo attinto frequentando il rifugio interiore;

Con una tecnica possiamo ritrovare il nostro rifugio sicuro e contattare le sensazioni di protezione che già esistono dentro di noi.

L’immaginazione ha sulla neurobiologia cerebrale lo stesso effetto che ha la realtà e quindi ci permette di entrare in contatto dentro di noi con le risorse fondamentali per gestire il trauma che sono sicurezza e protezione, e quindi poter “ affrontare il disorientamento del trauma  in modo da iniziare la fase dell’assimilazione.

Quali sono le reazioni immediate, quelle che ci proteggono da un crollo psicologico quando si è in piena emergenza, ma che ci fanno capire che stiamo vivendo un’esperienza traumatica?

  • Senso di irrealtà e di depersonalizzazione : Sensazione di essere dentro a un film, la vita si svolge come al rallentatore, i sensi sono acutizzati per fare in modo costante la rapida valutazione dei pericoli presenti nella situazione, cercando delle vie d’uscita o altre soluzioni. La realtà quotidiana può sembrare irreale o irrilevante, ovattata come se si percepisse tutto come si stesse sotto una campana di vetro o in mezzo ad un incubo
  • Reazioni fisiche:  Sono normali la tachicardia e il senso di nausea. Si sente caldo o freddo, oppure paura di stare da soli, bisogno di vicinanza, di un supporto e aiuto concreto
  • Si manifestano anche incubi notturni, e problemi di sonno angosce importanti, disturbi di ansia o attacchi di panico, quindi paure irrazionali, somatizzazioni, pensieri catastrofici intrusivi, ma ancora apatia, debolezza.
  • Difficoltà di concentrazione – Poca concentrazione in attività quale la lettura, la visione di un film, ecc.
  • Tristezza – È difficile accettare i fatti attuali e non si riesce a pensare al futuro in modo adeguato.
  • Colpa – Si ha senso di colpa ad esempio per essere sopravvissuti quando un’altra persona è morta o ferita gravemente. C’è una tendenza a colpevolizzarsi per non avere fatto a sufficienza. È comune dirsi: “Se io solo avessi…”
  • Vulnerabilità – Paura del futuro oppure impazienza e irritazione con gli altri, soprattutto con i familiari. Indifferenza verso cose che prima dell’incidente erano molto importanti per la persona. Questo a volte crea incomprensione con gli altri da cui scaturiscono ulteriori difficoltà.
  • Il significato della vita – Pensiamo ripetutamente a quello che è successo per cercare di capire e dare un senso a quanto accaduto.

Non tutte le persone che vivono un’esperienza traumatica reagiscono allo stesso modo.

Le reazioni, subito dopo un evento traumatico, possono essere moltissime. Le reazioni possono variare dal ritorno ad una vita normale in un periodo di tempo breve, fino alle reazioni più gravi, che impediscono alla persona di vivere la propria vita come prima dell’evento traumatico o reazioni che si manifestano a distanza di tempo a causa di altri traumi, magari di piccola entità che però evocano la ferita mai rimarginata.

In che modo il trauma disturba le esperienze di vita successive e per nulla connesse con il trauma?

I sentimenti e le emozioni legati al trauma sono: paura, rabbia reattiva, senso di impotenza, aggressività destrutturata, vergogna e spessissimo sensi di colpa per essere sopravvissuti ai propri cari e immagino che nelle famiglie se qualcuno è stato portatore sano può davvero sprofondare in un pericoloso senso di colpa. Si rischia di continuare a vivere queste emozioni e ad avere pensieri negativi anche se le condizioni ambientali sono cambiate.

Non si tratta solo di cambiare abitudini per un po’ e gestire la diffusione del virus Covid 19. Si tratta di sentirsi “feriti, danneggiati” (trauma viene da greco e significa ferire, danneggiare) da un evento imprevisto che mette a rischio la nostra incolumità fisica e che ha un impatto fortemente negativo nella vita di chi ne è coinvolto, come nel caso della pandemia del Coronavirus. Pensiamo a chi ha perso le persone care e, forse, è stato il portatore sano del virus nella propria famiglia; pensiamo a chi fa turni massacranti per garantirci salute, cibo e per mantenere in piedi un sistema economico a rischio della propria vita e quella dei familiari; pensiamo a chi si vede chiuso in casa, si, protetto, ma con un’attività che va a rotoli senza nessun “ammortizzatore sociale”, mi riferisco alle migliaia di microimprese e liberi professionisti come sempre mal tutelati.

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