Laura Conte

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Talento e lavoro: alla ricerca della felicità !

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Felicità & Talento – un binomio importante! Abstract

Cos’è la felicità? Perché mai il tema della felicità è così importante per un leader? In che modo la felicità è connessa con il talento?

Ne abbiamo parlato al Workshop Letterario che si terrà il 7 dicembre alle ore 15.30 presso Sala II Centro Polifunzionale Studenti Ex Palazzo delle Poste Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”-Piazza Cesare Battisti 1,Bari

Interverranno la prof. Letizia Carrera, Sociologo dell’Università degli Studi di Bari, Vito Carnimeo presidente AIDP Gruppo Puglia.

locandina talentolavoro_7dicembre

La felicità è un modo di essere al mondo: non è assenza di tensione, ansia o frustrazione, ma è la capacità di sentire e vivere quello che accade dentro e fuori di sè senza bloccare il normale fluire delle proprie energie motivazionali per via di dell’uso spropositato del giudizio.la-parabola-dei-talenti

Perseguire gli obiettivi di performance è il motivo per cui si avvia un percorso di coaching, e questo è possibile riflettendo sul proprio modo di agire. Non ci sono ricette magiche, ma riconoscere  e comprendere i processi di funzionamento con cui entriamo in relazione con il mondo può aiutare donne e uomini manager a diventare migliori. Durante le sessioni di coaching si possono costruire sentieri di consapevolezza che aprono le porte al potenziamento delle capacità creative, relazionali e gestionali. Il coachee, dunque lavora in molte occasioni sulla propria dimensione emotiva-motivazionale in modo tale da ampliare il grado di felicità individuale e di gruppo.

Perché la ricerca della felicità è un viaggio importante per un leader? Le felicità è un’emozione e come tale è contagiosa. Col termine “contagio emotivo” raggruppiamo tutte quelle forme di condivisione emotiva immediata ed involontaria, caratterizzate da assenza di mediazione cognitiva. Si tratta di reazioni automatiche agli stimoli espressivi manifestati da un’altra persona: l’emozione è dunque condivisa non in modo intellettuale, ma in modo diretto.

Daniel Goleman, Richard E. Boyatzis e Annie McKee (2012)  affermano che: «Alla fine di un trimestre, i fattori che concorrono a caratterizzare le aziende più floride sono necessariamente complessi: le nostre analisi suggeriscono tuttavia che l’atmosfera – lo stato d’animo generale dei dipendenti – possa incidere nella misura del 20-30 per cento sulle prestazioni».

feliceQuindi se l’atmosfera di un gruppo di lavoro concorre a determinare le prestazioni, quali sono, a monte, i fattori che a loro volta condizionano il clima del gruppo? La percezione che i collaboratori hanno del clima del gruppo dipende per il 50-70 per cento circa dalle azioni relazionali di un’unica persona: il leader (Goleman, Boyatzis, Mckee, 2012). Più di chiunque altro, il leader crea le condizioni che influenzano direttamente, nei singoli collaboratori, lo stato emotivo, l’umore condizionando così le loro prestazioni. L’abilità di un leader nel gestire il proprio stato d’animo e quello altrui non è più quindi una questione personale, ma diventa un elemento centrale nella gestione del ruolo organizzativo perché fattore essenziale per il successo di un gruppo di lavoro. Quindi la capacità del leader di vivere la felicità è collegata con il benessere delle persone che fanno parte del gruppo e quindi sulle loro prestazioni!

Secondo Argyle (1987), “la felicità è rappresentata da un senso generale di appagamento complessivo che può essere scomposto in aree specifiche quali ad esempio il matrimonio, il lavoro, il tempo libero, i rapporti sociali, l’auto realizzazione e la salute”.

Le persone che trovano il loro talento e lo agiscono sono felici, perché godono del fatto che ciò che realizzano nella loro vita corrisponde ciò per cui sentono di essere nati.

E’ anche vero che Freud  nel 1929 scriveva nel suo saggio “Il disagio della civiltà  (in Opere, Boringhieri, Torino) queste parole: “l’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza” (Freud, 1929). Il senso prodotto da questa espressione è che in effetti il mondo attuale del lavoro e il vivere civile in generale, con tutti gli impegni cui far fronte, gli obiettivi da raggiungere e la gestione di tanti stimoli sociali e relazionali, relega la felicità a momenti isolati della vita dell’individuo. Luoghi e spazi sottratti faticosamente all’insieme di tensioni verso continui output da generare.

Se consideriamo il punto di vista di D’Urso e Trentin “La felicità è legata al numero e all’intensità delle emozioni positive che la persona sperimenta. In questo caso la felicità è definibile come l’emozione che segue il soddisfacimento di un bisogno o la realizzazione di un desiderio …” (D’Urso e Trentin , 1992) allora possiamo pensare che la possibilità di ampliare spazi e luoghi in cui vivere felicità nel mondo moderno ha a che fare con la capacità delle persone di essere in ascolto dei desideri più reconditi (del nostro “vero Sé”, come direbbe Winnicott) come stile di vita.

Si, perché il viaggio personale verso la scoperta del proprio talento consiste nel riconoscere la differenza tra i desideri profondi, aspirazioni personali che fanno parte parte di ciò per cui si sente di essere nati da possibili scelte professionali e di vita frutto di introiezioni culturali e familiari. Le introiezioni sono frutto di pressioni ambientali che sotto forma di principi e regole di vita sociali spingono le persone ad orientarsi verso ciò è lontano del loro essere.
Il talento è un tesoro composto da predisposizioni genetiche, da passione ed energia psichica, e tanto tanto allenamento e operosità. Il talento dunque non è sinonimo di successo professionale, non è sinonimo di motivazione lavorativa, né di attitudine, è neanche sinonimo di impegno e sacrificio. Il talento è tutto ciò insieme e si manifesta sotto forma di ispirazione, di vocazione! Il potenziale è l’insieme di risorse che una persona ha per realizzare il suo talento ed evitare che resti semplicemente un sogno.

Quando contattiamo e realizziamo i desideri più intimi sentiamo immediatamente un senso di benessere che ci pervade (a volte quando il viaggio esplorativo dentro di se è appena cominciato questo accade solo per qualche istante). Quando invece realizziamo progetti che sono frutto di pressioni ambientali questo stato di benessere non si attiva. Prendono il sopravvento mille spiegazioni a vantaggio delle nostre scelte, ma nello sfondo della nostra percezione si staglia un’ombra di pesantezza. Nei percorsi di valutazione del potenziale ho incontrato collaboratori che hanno ricevuto una valutazione di potenziale inadeguata per un eventuale sviluppo di carriera non perché non avessero potenzialità, ma il lavoro che si trovavano a fare non aveva nessuna attinenza con il loro talento. Erano diventati medici o ingegneri o altro per imposizione ambientale e così avevano proseguito la loro esistenza lavorativa.

Dal greco “tàlanton”, la parola talento significava piatto della bilancia, somma di denaro; successivamente ha acquisito prima il senso di “inclinazione” (della bilancia), e poi diffuso col pieno significato di metaforico di vocazione, qualcosa che desideriamo e che riusciamo a fare bene con “facilità”. La ricerca del talento è uno dei viaggi di consapevolezza di sé più importanti perché ci conduce verso lo stato di soddisfazione e di benessere che chiamiamo felicità.

La ricerca dei talenti oggi nelle imprese è sempre più un obiettivo di primaria importanza perché le caratteristiche delle persone di talento sono fondamentali per affrontare e gestire realtà organizzative estremamente complesse.  Oggi più che mai, occorre saper conciliare dimensioni opposte fra di loro: gerarchia vs autonomia; procedura vs flessibilità; tradizione vs innovazione; stabilità vs cambiamento; velocità vs accuratezza; piacere vs dovere; focus vs esplorazione; incertezza vs fiducia.

Le persone definite di talento riescono a districarsi con grande efficacia nei meandri della complessità odierna ottenendo successi per sé e per l’organizzazione. Una delle caratteristiche delle persone di talento è che sono più felici di quelle che il loro talento non lo hanno ancora scoperto o semplicemente non lo agiscono!  Il talento nasce da capacità di riconoscere e utilizzare le proprie potenzialità e si tramuta in opere di ingegno e relazioni umane che incrementano il tasso di felicità.

Quando il talento resta nascosto arriva il disagio psico-fisico e tensioni relazionali

Cosa accade alle persone quando non trovano il loro personale talento? E quali conseguenze per le organizzazioni? Abraham Maslow, uno dei fondatori della psicologia umanistica, nel suo libro “Verso una psicologia dell’essere” (1962) affermava: “se vogliamo aiutare gli esseri umani a sviluppare tutto il loro potenziale, dobbiamo renderci conto che non solo cercano di realizzare se stessi, ma che sono anche riluttanti o hanno paura o non sono in grado di farlo. Solo comprendendo appieno questa dialettica tra salute e malattia possiamo contribuire a far pendere la bilancia a favore della salute”. Inoltre Maslow ritiene che ogni persona contiene in sé un nucleo di tendenze innate, e inclinazioni che se coltivate e alimentate dall’esercizio quotidiano si trasformano in talento. Ma tali inclinazioni sono deboli e facilmente soffocabili da pressioni culturali, dalle condizioni ambientali e dall’abitudine. Qualunque sia il nucleo essenziale del proprio talento quando viene trascurato, dimenticato questo tesoro permane dentro l’individuo atrofizzato, imbruttito e si trasforma in malattia o disagio psicologico. In sostanza quindi conviene incoraggiare la ricerca e l’espressione del proprio talento, qualunque esso sia!

Le condizioni di malessere individuale e organizzativo si manifestano con un abbassamento del livello motivazionale delle persone, relazioni interpersonali tese e asfittiche;  soprattutto una ridotta capacità di affrontare le situazioni difficili e complesse. A livello organizzativo si osservano cali di produzione, aumento degli errori.

Anche Martin Seligman (2002), fondatore della “psicologia positiva” condivide un pensiero simile a quello di Maslow. “La felicità autentica deriva dall’identificare e coltivare le proprie potenzialità fondamentali e dall’usarle quotidianamente nel lavoro, nell’amore, nelle attività ricreative, nel ruolo di genitori”. Il sopravvento la rassegnazione nel non riuscire ad esprimersi e ad incidere nella realtà circostante, sviluppa forme di disagio e di pessimismo (Seligman, 2002). In uno stato di positività e di benessere è più facile attrarre gli altri, aumenta la disponibilità ad affrontare il mondo in modo creativo; aumenta la capacità di influenza, di recuperare dopo un fallimento. Saper coltivare ed esplorare i bisogni e i desideri produce condizioni di benessere di cui la felicità è un elemento centrale. E’ vero anche che seguire e rintracciare i nostri stati psicologici di benessere e di felicità è il segnale che ci stiamo avvicinando alle nostre risorse interiori, al nostro talento!

Tutte le emozioni, positive e negative (come spesso siamo abituati a classificarle), rivestono un ruolo importante per l’evoluzione dell’umanità. La felicità è un modo di essere al mondo ed è data dalla capacità di vivere le esperienze della vita! Senza bloccare il fluire delle emozioni con l’intervento del giudizio. Le emozioni cosiddette negative come la tristezza, la paura, la preoccupazione e il dolore sono funzionali perché spengono l’energia verso l’esterno e portano l’individuo a riflettere e a recuperare energia. Quando queste emozioni sono decontestualizzate bloccano le azioni creative e di conquista. Bloccano l’espressione. La tensione, la rabbia sono emozioni importantissime perché fondamentali per conquistare o difendere le proprie idee e posizioni, ma alla lunga logorano, bruciano energia lasciano il corpo privo e stanco. Le emozioni come la gioia, la speranza, la felicità, l’ottimismo sono funzionali all’esplorazione, all’accoglienza di stimoli proveniente dall’esterno, sono utili per creare legami. Dunque le emozioni positive aumentano le energie psico- fisiche, intellettuali e sociali quando ci si trova davanti ad un’opportunità o quando occorre risolvere un problema o quando occorre prendere una decisione. Il modo di pensare risulta più creativo, tollerante e aperto. La produttività aumenta e c’è una ricaduta positiva anche a livello di benessere fisico e longevità. Anche le emozioni cosiddette positive quando sono scollegate dal proprio “sentire” diventano sterili.

La formula della felicità di Seligman racchiude una serie di fattori di cui alcuni sono controllabili e altri no! Ecco la sua proposta per la felicità: H=S+C+V.

E cioè H- Livello permanente di felicità equivale alla somma di  S- Set Range felicità costituzionale + C – Circostanze della nostra vita + V – fattori sotto il nostro controllo (valutazione del passato, aspettative sul futuro, esperienza del presente).

 

Quale viaggio intraprendere? Esplorare i fattori che sono sotto il nostro controllo, che derivano dal nostro modo di vivere e valutare l’esperienza!

Proviamo a chiederci quali emozioni viviamo nel presente che sono ancora legate ad esperienze vissute nel passato? Rimpianti, rancori, dolori che però sono scatenati dal ricordo di eventi che ormai non ci appartengono più! Ma le emozioni provate e i pensieri che si attivano purtroppo bloccano le nostre risorse. Fare pace con il passato è un passaggio importante e può accadere grazie alla capacità di provare gratitudine per se stessi, per ciò che siamo riusciti a fare nonostante tutto e gratitudine verso chi a suo modo ci ha fornito delle risorse. La gratitudine completa la tristezza, la solitudine, il rimpianto legati al passato!

Un altro elemento importante per far pace con il proprio passato è il perdono, in alcuni casi si tratta di perdonarsi, in altri casi di perdonare. Il perdono è ciò che ci permette di tollerare l’altro nella sua diversità, di tollerare gli errori e imparare da essi. Il perdono è la disponibilità a prendersi la responsabilità delle proprie scelte. Il perdono ci permette di fare pace con emozioni come la rabbia, la vendetta, il rancore.

Rispetto al futuro che emozioni proviamo? L’emozione più istintiva che si attiva pensando a ciò potrebbe accadere è l’ansia, la preoccupazione. Da qui si potrebbe poi scivolare verso il pessimismo, la visione catastrofica, la paura. Ampliare gli orizzonti verso il futuro è possibile lavorando sul proprio stile di attribuzione, a cosa attribuiamo l’esito degli eventi che riguardano la nostra vita: a noi e alle nostre competenze o alla fortuna, o agli altri? Il recupero del senso di autoefficacia personale, il potenziamento della consapevolezza con cui effettuiamo le scelte della vita aumentano la sensazione di sentirsi in grado di affrontare sfide nuove e quini è un importante attivatore emozioni come speranza, fiducia, ottimismo.

E riguardo al presente cosa viviamo? Cosa ci rende felici nel presente? Quali sono le azioni e le attività che sentiamo nostre e che attivano in noi sensazioni di benessere in quanto adatte a noi?

Le gratificazioni sono attività che producono benessere, ci coinvolgono pienamente, e a volte ci prendono totalmente, facendoci perdere la cognizione del tempo e dello spazio. Il conversare con qualcuno con cui ci sentiamo davvero in sintonia, fare un’escursione in montagna,  leggere un buon libro, praticare il nostro sport preferito, fare volontariato, inventare nuove tecniche nel proprio lavoro sono solo degli esempi di attività in cui per noi il tempo esterno coincide con il nostro tempo interiore, entriamo in contatto con le nostre potenzialità.

La gratificazione è collegata con la capacità di gustarne il piacere (capita che pure facendo attività che ci appassionano non sentiamo il piacere). Il piacere è una sensazione gradevole e, come tutte le emozioni,  ha una evidente componente sensoriale che, in questo caso, traduciamo come gioia, eccitazione, beatitudine, allegria, esuberanza, benessere. È molto importante darsi il permesso di gustare le sensazioni piacevoli (questo non è facile specialmente nella vita moderna in cui siamo sempre di fretta o afflitti da mille pensieri) e distribuirle nel tempo cercando consapevolmente situazioni di piacere. Le gratificazioni quindi derivano dallo svolgere attività che generano piacere ma occorre saper gustare il piacere e ricercare attivamente ciò che ci gratifica.

Ho provato a formulare dei punti di vista possono rispondere ai quesiti introduttivi, mi auguro che questo dibattitto infervori sempre di più le riflessioni di manager e imprenditori.

 

 

 

Bibliografia:

 

Argyle, M. (1966), Psicologia della felicità, Raffaello Cortina

Goleman, D. Boyatzis, R.E. McKee, A. (2012) Essere leader, Bur – Biblioteca Univ Rizzoli

Maslow, A.H. (2010) Motivazione e personalità, Armando Editore

Selogman, E.P. (2010) La costruzione della felicità, Sperling & Kupfer

 

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