Metis, l’intelligenza che batte la forza. L’intelligenza delle donne.

Metis, per i greci, era una forma di intelligenza, spesso attribuita alle donne. Per i greci metis non solo era diversa ma inferiore al logos, l’intelligenza alta, astratta, considerata patrimonio esclusivo dei maschi. Secondo gli antichi greci, infatti, gli uomini erano dotati di “logos”, intelligenza speculativa, mentre le donne avevano un’intelligenza pratica, concreta, che nasceva dall’esperienza e dal vissuto affettivo che accompagna il fare esperienza. L’intelligenza astratta a volte non tiene conto delle variabili “umane”, cioè degli affetti, della forza dei nostri sogni e desideri.

In una cultura patriarcale e poco orientata a valorizzare il ruolo della donna ci giungono, attraverso le narrazioni di alcuni miti in cui sono protagoniste le donne, descrizioni di metis dal sapore negativo, tradotta più spesso come astuzia, stratagemma, ingegno che hanno utilizzato le donne per abbattere la forza maschile. Meno frequenti sono le traduzioni di metis come prudenza, saggezza.

Metis è quella saggezza delle donne che spesso si sono viste o ancora oggi si vedono private di possibilità espressive, succubi di un potere insensibile al rispetto degli spazi reciproci.

Metis è quella intelligenza che le donne utilizzano per potersi affermare con i loro diritti, virtù, principi in un contesto che ha ancora poco a cuore lo slancio verso la donna.

Siamo abituati a considerare l’intelligenza[1] come a una facoltà misurabile della mente umana, ma studiata come facoltà a se stante, essa è una facoltà interconnessa con tutti gli aspetti della nostra vita psichica. L’intelligenza che si esprime in modo frammentato attraverso l’esercizio di tante virtù, arti, capacità, intuizioni, creatività, interessi, desideri, consapevolezza di sé e del mondo.
Precursore di questo approccio alla definizione di intelligenza è il pensiero greco arcaico e antico

Ad un’analisi più approfondita ecco che metis, l’intelligenza che batte la forza[2], è una forma di intelligenza che si sprigiona soprattutto quando a causa di un forte dolore o per effetto dell’Amore diventa espressione di intuizione, creatività, prospettiva, azione, stratagemma. Mentre siamo abituati quindi a pensare alle nostre intelligenze come facoltà a se stanti, metis è l’intelligenza in azione, quella che emerge quando la temperatura dell’energia psichica aumenta e le fonti per aumentare la nostra temperatura psichica sono due o forza una fonte dalla doppia faccia: il dolore e l’amore.  Potremmo pensare a quella forma di intelligenza creativa, capace di conciliare opposte esigenze, di discernere tra ciò che conta veramente per la propria interiorità, al proprio Sé interiore e le conquiste fatue, caduche che appartengono all’ego, al falso Sé, alla nostra esteriorità.

Per questo la sua rappresentazione non poteva avere espressione migliore di una divinità femminile, visto che la media naturale dei corpi maschili è caratterizzata da dimensioni maggiori, muscoli molto più potenti. Un’intelligenza maschile, a volte, troppo orientata alla conquista di obiettivi concreti e pragmatici attraverso i quali alimentare il proprio Ego personale. Per il perseguimento di questi obiettivi l’intelligenza logica e astratta ci porta a sacrificare gli affetti, la relazione con le persone care, pur di trionfare, vincere su, a scapito di, e a qualunque costo.

Metis, in greco antico μῆτις, mêtis, significa scaltrezza, prudenza, saggezza, e anche consiglio, piano, disegno, stratagemma

Metis viene da Meti che nella mitologia greca è una delle Oceanine, cioè una delle figlie del Titano Oceano e di sua moglie Teti.  Meti è poi la madre della dea Atena.

Proprio Meti aiutò Zeus a salvare i suoi fratelli da Crono suo padre. Era stato predetto a Crono che uno dei figli lo avrebbe detronizzato uccidendolo, per cui egli, per essere sicuro di salvarsi la vita, “ingurgitava vivi” tutti i suoi figli. Meti consegnò una droga a Crono che li vomitò ed essi ebbero salva la vita[3].

Il mito dice che Meti fu la prima amante o moglie di Zeus, il padre di tutti gli dèi, ma la donna non si consegnò facilmente al dio, e trasformandosi in mille modi cercò di sfuggirgli, prima di arrendersi. Meti, infatti, aveva il potere di trasformarsi in mille modi. Era in grado di assumere ogni forma desiderasse e nel mondo greco l’astuzia, intesa come intelligenza finalizzata a combattere qualcosa di più forte non in modo diretto, ma attraverso la strategia, era rappresentata come capacità di essere poliformi ed in continuo cambiamento, come Meti.

Un altro oracolo aveva previsto che Zeus sarebbe stato detronizzato da un figlio avuto da Meti e quindi dopo essersi giaciuto con lei, decise di divorarla. Zeus la indusse quindi a trasformarsi in una goccia d’acqua e la inglobò bevendola.
A questo punto venne al dio un fortissimo mal di testa e grazie all’aiuto di Efesto, il dio dei fabbri, riuscì a spaccare con un’ascia il cranio immortale di Zeus e dalla ferita uscì Atena, dea della saggezza.

Metis è l’intelligenza di affrontare un ostacolo insormontabile e non modificabile, trovando una strada più confacente ai propri principi, valori o obiettivi che siano. Quindi Metis non è solo fare strategia, ma è improvvisazione, intuizione, è capacità di lettura della realtà istante per istante: è proprio dalla capacità di cogliere nella realtà segni e circostanze che spinge poi ad agire. Quindi non astuzia intesa come furbizia, fare qualcosa per un obiettivo personale, ma capacità di osservare, comprendere quello che accade dentro e fuori se stessi e poi scegliere di agire.
Metis caratterizza l’esperienza di molte donne che giungono sino a noi attraverso la narrazione del loro mito.

La metis di Penelope

Penelope giunge a noi prevalentemente come immagine di donna che piange e non si consola per l’assenza del marito, moglie devota e sofferente. Si è vero, ma Penelope non è solo questo. Ella piange per l’assenza del marito, ne attende il ritorno e fino a che non ci sono informazioni circa la sua morte certa ella spera, aspetta. Non solo ama suo marito, ma non ha intenzione di lasciare la sua casa Itaca.

Penelope quindi gestisce il regno da sola per venti anni, cresce un figlio. Oltre a tutto questo arrivano ben 108 proci, pretendenti che per due anni ella deve tenere a bada. Stratagemmi, astuzie, prudenze e consigli ne ha dovuti mettere in atto e nel quotidiano.

Ricordiamo lo stratagemma della tela, e lo stratagemma dell’arco di Ulisse, e persino con Ulisse lei non si piega perché lo mette alla prova parlandogli del loro letto nuziale come se fosse trasportabile. Ulisse sa che quel letto è stato costruito intagliando un Ulivo vivo e quindi non era trasportabile. Penelope fino alla fine non cede, non si arrende a ciò che le accade, desidera il ritorno del marito e fino a prova contraria lo aspetta; non vuole andare a vivere nella casa di nessun altro e non rinuncia fino alla fine a sfruttare ogni piccola opportunità per ritardare quel momento.

La metis di Arianna


Il noto mito del “il filo di Arianna” può aiutarci a comprendere il funzionamento della metis come intelligenza che batte la forza.
Il mito narra  le vicende della principessa Arianna, figlia del re Minosse di Creta, e il giovane Teseo di Atene.
Arianna si innamora perdutamente di Teseo e aiuta l’ateniese a fuggire dal labirinto dopo che questi ebbe ucciso il Minotauro, il mostruoso fratellastro affamato di carne umana metà uomo e metà mostro. Il Minotauro era, infatti, rinchiuso nel labirinto di Cnosso.

Teseo vittorioso scappa da Creta portando con sé Arianna, alla quale aveva giurato amore. Giunti sull’isola di Nasso gli innamorati si abbandonano al sonno ma, al risveglio, Arianna si accorge di essere stata abbandonata da Teseo, tornato ad Atene senza di lei. Arianna cede alla tristezza, ma il dio Bacco non tarderà a renderla nuovamente felice facendone la sua amatissima sposa.

Arianna ha un ruolo fondamentale nella vicenda di Teseo. Lei fornisce il suo aiuto a Teseo nella lotta mortale contro il Minotauro per amore. Arianna aiuta Teseo a ritrovare la strada ed uscire dal labirinto evitandogli morte certa. Un semplicissimo filo è il frutto di una intelligenza articolata, complessa che usa mezzi non convenzionali rispetto alla lotta maschile. Anche l’intuizione di donare a Teseo un filo è fare esperienza di metis.

 

La metis di Clitennestra

Nel mondo greco la regina Clitennestra, viene descritta come empia assassina del marito Agamennone; giunge a noi a causa di una lettura patriarcale del mito come la donna più malefica tra tutte, falsa e vendicatrice. Eppure negli ultimi decenni le sue ragioni sono state lette con sfumature diverse, in quanto è stato messo in risalto l’animo deluso e tradito di questa donna. Agamennone capo della spedizione greca nella guerra di Troia per ingraziarsi gli dei affinchè potessero inviare venti favorevoli alla partenza della sua flotta, decide di sacrificare la figlia Ifigenia. Ifigenia è la figlia primogenita di Agamennone e Clitennestra. La flotta greca è ferma al porto di Aulide perché i venti contrari ne impediscono la partenza. Il sacerdote Calcante spiega che l’ira degli dei può essere placata solo se Agamennone sacrificherà sua figlia Ifigenia ad Artemide. Così Agamennone manda da Clitemnestra, Ulisse  e un suo messaggero  per dirle di mandare la figlia in Aulide dove sarebbe stata data in sposa ad Achille. Quando la figlia si avvicina all’altare (dove invece doveva essere compiuto il sacrificio), secondo il racconto di Euripide[4], viene salvata da Artemide che ha pietà di lei e che lascia uccidere una cerva al suo posto e fa credere a tutti i reali di aver sacrificato Ifigenia.
Artemide rapisce poi Ifigenia avvolgendola nel suo velo e Clitemnestra non verrà mai a sapere che la figlia è stata salvata.

Cosa accade a questo punto?  Clitennestra è affranta dal dolore e da un rancore inesauribile. Esprime il suo essere madre amorevole e vendicatrice. La sua metis assassina emerge per  sconfiggere le ingiustizie, gli inganni paterni (Agamennone che uccide la figlia) ma anche è rancorosa per via degli inganni affettivi in quanto i troiani stavano prendendo come concubine le schiave troiane.

La donna, quando Agamennone ritorna, accoglie il marito e la sua schiava di guerra, Cassandra, con un discorso ambiguo, lo spinge ad abbassare il sospetto e il dubbio e poi durante la notte lo ucciderà.

“Ma ora, mio caro, scendi da questo carro, senza però posare a terra il tuo piede che ha distrutto Troia, mio signore. Che aspettate voi, ancelle cui è stato assegnato il compito di coprire di drappi il suolo su cui deve camminare? Subito si prepari un cammino coperto di porpora, perché Giustizia lo conduca alla sua casa che non sperava più di vedere: il resto lo sistemerà in modo giusto una cura che non è vinta dal sonno, con l’aiuto divino secondo il destino”

Nella notte parteciperà all’uccisione del marito.

Agamennone usa il volere degli dei come scudo per giustificare i suoi atti disumani, Clitennestra con il suo gesto rigetta ogni dovere di obbedienza passiva verso il marito che prende questa decisione da solo. Ingannata da Agamennone in più modi, non avendo a disposizione come gli uomini un esercito si avvale della sua intelligenza e della sua capacità strategica per attuare la sua vendetta.

 

La metis di Medea

Per amore di Giasone Medea si lascia alle spalle la Colchide, la sua patria; rinuncia alla famiglia, alla terra in cui è cresciuta, agli agi e alla reputazione di giovane principessa vergine; si spoglia di ogni veste per indossare i panni della moglie fedele. Le rimangono giusto la magia, che la lega alla zia Circe, sorella di Eeta, e l’intelligenza, così la descrive Esiodo, donna «dagli occhi sfavillanti».

L’impresa degli Argonauti è costellata di sfide impossibili ma in aiuto dei giovani greci accorre proprio Medea che, secondo Apollonio Rodio, è stata colpita dalla freccia di Eros per volere di Afrodite si era perdutamente innamorata di Giasone.

Mossa dall’amore aiuta l’amato con pozioni e incantesimi, l’assiste e lo guida in ogni prova così da fargli eliminare il drago e poi rubare il vello d’oro.

Agli occhi dei greci rimane comunque una straniera, una “barbara”, un’inferiore. Eppure per amore di Giasone affronta con coraggio e forza la sua condizione di estranea e di barbara al civilizzato mondo acheo.

Giasone però decide poi di ripudiarla e chiede la mano di Creusa. E’ a questo punto che il dolore di Medea dilaga nel suo cuore e davanti alla scoperta che il suo amore e tutto ciò che lei aveva dedicato a Giasone non era egualmente ricambiato. Giasone in fondo cosa aveva sacrificato per Medea? Aveva conquistato il vello d’oro, era rientrato nella sua patria, e ora decide persino di ripudiarla.

Il suo nome – Medeia – ne evidenzia la qualità principale, ovvero la metis, quell’insieme di curiosità intellettuale, prudenza, scaltrezza e senso pratico, fondamentale nel campo della magia che usa filtri ottenuti dalle erbe: non a caso, Medea è nipote della maga Circe, sorella di Eeta.

È qui che agisce la metis di Medea che pianifica il sacrificio dei figli avuti con Giasone. Medea ci arriva mediante intensi e profondi monologhi in cui lei si sente soggiogata al volere degli uomini, e si commuove al pensiero della morte dei figli, dando prova del suo forte istinto materno ma allo stesso tempo desiderosa di opporsi a questo atteggiamento volitivo e autoreferenziale di Giasone.

Non si tratta certo di pensare che metis sia capacità di elaborare vendette orientate al delitto e all’infanticidio. No. Nel mito infatti le azioni sanguinarie hanno il significato di scegliere di separarsi da una forma di potere culturale, sociale e gerarchico che non tiene conto dei bisogni delle donne, contesto dove può emergere l’inganno, il raggiro e la svalutazione del valore femminile. Si tratta quindi di un’intelligenza che si attiva quando l’amore o il dolore ci dicono che è necessario trovare un modo diverso di essere al mondo. Un modo attraverso il quale trovare lo spazio per la realizzazione di sè

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[1] Secondo Gardner, ogni persona è dotata di almeno 9 tipi di intelligenza ovvero, è intelligente in almeno 9modi diversi. Ciò significa che alcuni di noi possiedono livelli molto alti in tutte o quasi tutte le intelligenze, mentre altri hanno sviluppato in modo più evidente solo alcune di esse

[2] Monica Lanfredini su www.brainmindlife.org della Società Nazionale di Neuroscienze

[3] Cantarella, E. (2015) L’ amore è un dio. Il sesso e la polis, Feltrinelli editore

[4] Euripide, Ifigenia in Aulide

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